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Embodiment: il corpo come origine dell’esperienza e dell’apprendimento

Riflessioni per chi accompagna, facilita, insegna



Ogni percorso embodied comincia in un punto che raramente viene nominato, e che tuttavia orienta tutto ciò che segue: il modo in cui il corpo percepisce di poter stare.

Prima del movimento, prima della parola, prima ancora dell’intenzione consapevole, il sistema nervoso registra il contesto, valuta il grado di sicurezza, misura la possibilità di restare presente senza dover ricorrere a strategie di protezione. Questo avviene in modo invisibile, continuo, inevitabile.

L’embodiment prende forma a partire da questa realtà primaria: l’esperienza umana viene mediata dal corpo e dal sistema nervoso, e solo successivamente diventa pensiero, narrazione, scelta intenzionale. Per chi lavora con le persone, in contesti formativi, educativi, di facilitazione o accompagnamento, questo dato non rappresenta un’aggiunta teorica, ma una chiave di lettura fondamentale del processo di apprendimento e trasformazione.



Sicurezza, radicamento, possibilità di sentire

Ogni esplorazione corporea presuppone una condizione di base: che il corpo possa percepirsi sufficientemente sostenuto da restare in contatto con ciò che emerge. La sicurezza, in un lavoro incarnato, non coincide con l’assenza di attivazione o di intensità, ma con la presenza di risorse interne ed esterne che permettono al sistema nervoso di modulare l’esperienza senza oltrepassare le proprie soglie.

Ad esempio, il radicamento, in questo senso, può essere un aspetto utile, e riguarda la percezione del peso, del contatto, della gravità, del sostegno offerto dallo spazio. Quando questi elementi vengono riconosciuti e integrati, il corpo può orientarsi verso l’ascolto, piuttosto che verso la difesa.

Per chi facilita, questo implica un’attenzione costante non solo a ciò che viene proposto come pratica, ma al campo complessivo che viene creato: il ritmo, il linguaggio, la qualità della presenza, la chiarezza dei confini. È in questo campo che il corpo decide se può aprirsi all’esperienza o se ha bisogno di restare in una modalità di contenimento.



Embodiment come linguaggio dell’esperienza incarnata

Parlare di embodiment significa riconoscere che il corpo non è un supporto neutro per la mente, bensì il luogo in cui percezione, emozione, cognizione e relazione prendono forma in modo intrecciato. Il modo in cui pensiamo, comunichiamo, prendiamo decisioni e ci muoviamo nel mondo emerge da un’organizzazione incarnata che include postura, tono muscolare, ritmo respiratorio, orientamento spaziale.

In questa prospettiva, l’embodiment può essere inteso come un linguaggio: un insieme di segnali, risposte e adattamenti che raccontano la storia di come un organismo ha imparato a stare in relazione con l’ambiente. Ogni gesto, ogni tensione, ogni micro-movimento porta con sé informazioni sul contesto, sulle esperienze passate, sulle strategie che si sono rivelate funzionali nel tempo.

Allenare l’embodiment significa sviluppare una maggiore coerenza tra esperienza interna e azione esterna, permettendo al corpo di partecipare in modo esplicito ai processi di orientamento, scelta e regolazione.



Una genealogia dell’embodiment: corpo, scienza e pratica

L’attuale diffusione del linguaggio dell’embodiment affonda le radici in un dialogo che attraversa diversi ambiti del sapere. La psicologia somatica ha aperto uno spazio fondamentale, portando l’attenzione sul corpo come luogo di memoria, adattamento e organizzazione dell’esperienza. Autori come Reich, Lowen, Feldenkrais e Rolf hanno mostrato come postura, respiro e movimento riflettano pattern emotivi e relazionali profondi. Il lavoro di Bonnie Bainbridge Cohen, fondatrice del Body–Mind Centering, è considerato fondativo per l’embodiment perché ha radicato la conoscenza nell’esperienza somatica diretta, prima ancora della sua formalizzazione teorica.

Parallelamente, le scienze cognitive hanno progressivamente superato l’idea di una mente disincarnata. Con il contributo di Francisco Varela, George Lakoff e Mark Johnson, la cognizione incarnata ha messo in evidenza come il pensiero emerga dall’interazione tra corpo, cervello e ambiente, radicandosi nei sistemi senso-motori e nelle relazioni vissute.

Nel campo della facilitazione, del coaching e della leadership, questi filoni si sono intrecciati con pratiche contemplative e marziali. Il lavoro di Richard Strozzi-Heckler e Wendy Palmer ha mostrato come la presenza corporea, la centratura e la capacità di regolazione siano elementi centrali nei contesti relazionali e decisionali.

Il contributo di Mark Walsh ha avuto un ruolo significativo nel rendere questi principi accessibili e operativi per chi lavora con gruppi e individui, attraverso una mappatura chiara degli stati, dei pattern e delle competenze incarnate. Il mio percorso formativo si è sviluppato anche all’interno di questa scuola, che ha fornito un linguaggio pragmatico e una struttura utile a integrare l’embodiment nei contesti di facilitazione contemporanei.



Consapevolezza incarnata e sistema nervoso

Essere consapevoli in senso embodied implica riconoscersi come processo corporeo in continuo dialogo con l’ambiente. Le emozioni si manifestano come variazioni fisiologiche; le decisioni emergono come sensazioni di orientamento; la relazione prende forma attraverso sincronizzazione, distanza, ritmo condiviso.

Un approccio incarnato tiene conto del funzionamento del sistema nervoso, delle sue risposte allo stress e della necessità di costruire gradualmente capacità di autoregolazione. La sicurezza corporea diventa così il prerequisito per qualsiasi esplorazione più profonda, perché solo in presenza di una base sufficientemente stabile il corpo può permettersi di sentire, integrare e trasformare.



Il dialogo continuo tra processi bottom-up e top-down

Nell’esperienza incarnata, sensazione e intenzione si influenzano reciprocamente in modo costante. I processi bottom-up descrivono il modo in cui le informazioni che emergono dal corpo, sensazioni, tono, respiro, movimento, influenzano attenzione, stato emotivo e qualità del pensiero. I processi top-down, invece, riguardano l’azione dell’intenzione consapevole, delle immagini mentali e delle decisioni nel modulare postura, respiro e comportamento.

Questo dialogo bidirezionale costituisce uno dei fulcri dell’embodiment applicato: il corpo non viene guidato in modo direttivo, né lasciato senza cornice, ma accompagnato in un processo di ascolto e modulazione che amplia progressivamente le possibilità di risposta e dunque la possibilità di scelta.

Per chi facilita, questo richiede la capacità di restare in contatto con ciò che emerge nel campo, senza anticipare soluzioni, lasciando che il corpo trovi le proprie forme di riorganizzazione.



Le difficoltà che l’embodiment incontra e orienta

Molte persone arrivano a un lavoro incarnato dopo un lungo percorso centrato prevalentemente sulla comprensione cognitiva. Spesso portano con sé una sensazione di scarto tra ciò che sanno e ciò che vivono, una difficoltà nel riconoscere segnali corporei precoci, una fatica nel modulare stati di stress o iper-attivazione.

L’embodiment offre una via di integrazione che permette di leggere questi segnali come informazioni funzionali, di riconoscere le soglie personali, di sviluppare una relazione più chiara con il proprio ritmo interno. Nei contesti di facilitazione, questo si traduce nella possibilità di accompagnare processi profondi senza ricorrere alla pressione o alla forzatura, creando spazi in cui la regolazione diventa condivisa.



Le aspirazioni che l’embodiment rende accessibili

L’orientamento incarnato apre la possibilità di abitare il corpo con maggiore continuità, di vivere relazioni più autentiche, di prendere decisioni che tengano conto dell’interezza dell’esperienza. Per chi accompagna altri, questo significa poter facilitare spazi in cui le persone si sentano viste nella loro complessità, sostenute nel loro ritmo, legittimate nelle loro risposte corporee.

Sostanzialmente, si tratta di rendere l’esperienza umana più integrabile, più abitabile, più coerente.



Facilitare embodiment: una postura prima che un metodo

Nel lavoro di facilitazione, l’embodiment si trasmette soprattutto attraverso la qualità della presenza. Il corpo di chi guida diventa un riferimento implicito per il gruppo, offrendo un modello di regolazione, ascolto e capacità di stare con ciò che emerge.

Facilitare in modo incarnato implica saper leggere il campo attraverso il corpo, creare spazi di scelta reale, sostenere la curiosità corporea e rispettare i tempi di integrazione. In questo senso, il corpo non viene trattato come qualcosa da correggere o da portare a una forma ideale, ma come un sistema intelligente che orienta costantemente verso ciò che è possibile in quel momento.



A chi si rivolge questo lavoro

Molte delle professioniste che si avvicinano all’embodiment portano una storia fatta di dedizione, ascolto e capacità di accogliere l’altro. Hanno imparato presto a essere affidabili, presenti, sensibili ai bisogni altrui, spesso sviluppando una grande competenza relazionale prima ancora di sentirsi pienamente sostenute nel proprio corpo.


Nel lavoro quotidiano con le clienti sanno creare spazi di apertura, contenimento e fiducia. Eppure, alla fine delle giornate, non è raro che emerga una sensazione di svuotamento, come se l’energia investita nella relazione non trovasse sempre una via di ritorno. Il corpo segnala affaticamento, tensioni persistenti, difficoltà a delimitare confini chiari tra sé e l’altro.

In molte di queste donne vive una sensibilità profonda, una capacità di risonanza che rende il lavoro autentico e trasformativo, ma che chiede anche ritmo, pause e una regolazione più fine. Il desiderio che affiora non riguarda tanto il fare di meno, quanto il poter abitare il proprio lavoro e la propria vita con maggiore coerenza, leggerezza e continuità interna.


L’embodiment, in questo contesto, diventa uno spazio di riappropriazione: del proprio tempo, della propria energia, della possibilità di guidare e accompagnare senza perdersi nel processo. Un modo per tornare a sentire il corpo come alleato, come riferimento stabile da cui orientare scelte, relazioni e posture professionali.


Corpo Vivo, in questo orizzonte

Corpo Vivo nasce per rispondere a questa esigenza specifica. È una formazione professionale di Embodiment Femminile pensata per donne che già lavorano nel campo del benessere, della relazione d’aiuto, della facilitazione o che si trovano in una fase avanzata del proprio percorso formativo.


Il lavoro proposto non si concentra sull’acquisizione di nuove tecniche, ma sull’affinamento della qualità incarnata di chi accompagna: la capacità di restare presente senza sovraccaricarsi, di sentire i segnali precoci del corpo, di riconoscere quando è il momento di dare e quando è necessario raccogliere.


Attraverso l’integrazione di approccio somatico, teoria polivagale e scienze cognitive, Corpo Vivo™ offre uno spazio in cui il corpo femminile viene esplorato come luogo di regolazione, orientamento e potere personale. Un corpo che può sostenere la leadership, la guida e la relazione professionale senza sacrificare vitalità, confini e autenticità.

Per molte partecipanti, questo percorso rappresenta la possibilità di tornare a casa nel proprio corpo mentre continuano a fare il lavoro che amano, con una presenza più stabile, nutrita e allineata ai propri valori profondi.




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Ciao, sono Sara Kaleb

Guida, Mentore e Facilitatrice di Embodiment Femminile

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La mia mission è accompagnare le donne a ritrovare il proprio corpo come bussola di saggezza

Ci sono momenti in cui non è la mente a essere confusa.
È il corpo che non può più reggere il ruolo di quella che continua a lavorare su di sé.

Succede a molte donne consapevoli, sensibili, impegnate in un percorso di crescita.
E succede molto spesso a chi lavora nel benessere, nella relazione d’aiuto, nella cura.

Donne che hanno letto, studiato, praticato.
Che sanno accompagnare gli altri, tenere spazio, sostenere processi.
E che proprio per questo faticano a capire perché, a un certo punto, qualcosa si inceppi dentro di loro.

Quando il corpo rallenta, si irrigidisce o sembra “impantanato”,
non è mancanza di volontà, né resistenza al cambiamento.
È un segnale di intelligenza.

Saggezza nel corpo nasce per incontrare quel segnale senza forzarlo,
e per accompagnare chi ha già fatto molta strada
a smettere di spingere
e iniziare ad ascoltare da un altro livello.

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