Embodiment: il corpo è parte del modo in cui facciamo esperienza
Updated: Aug 24
Che cosa cambia quando coltiviamo la consapevolezza a partire dal corpo

Ti è mai capitato di sapere una cosa e, allo stesso tempo, di accorgerti che il tuo corpo si comportava come se non la sapesse?
Sai che dovresti fermarti, ma continui a lavorare, oppure ti capita di aprire una mail e, prima ancora di aver finito di leggerla, di accorgerti che hai smesso di respirare normalmente.
Sono esperienze molto comuni, eppure spesso le consideriamo separate da ciò che pensiamo.
Da una parte ci sono i pensieri, le decisioni, le convinzioni o ciò che sappiamo.
Dall'altra il corpo, con le sue reazioni.
L'Embodiment è un approccio che ci propone di superare questa separazione, considerando il corpo come luogo in cui la nostra esperienza accade e non soltanto un mero veicolo che ci traghetta da un luogo a un altro.
Perché il corpo partecipa ampiamente al modo in cui facciamo esperienza.
Che cosa significa Embodiment?
La parola Embodiment viene utilizzata in molti ambiti diversi e non ha una traduzione italiana che ne restituisca completamente il significato. Corporeità è il termine che più vi si avvicina, anche se Embodiment comprende qualcosa di più.
Parlare di embodiment significa riconoscere che il corpo non è un supporto neutro per la mente, bensì il luogo in cui percezione, emozione, cognizione e relazione prendono forma in modo intrecciato.
Il modo in cui pensiamo, comunichiamo, prendiamo decisioni e ci muoviamo nel mondo emerge da un’organizzazione incarnata che include postura, tono muscolare, ritmo respiratorio, orientamento spaziale.
In questa prospettiva, l’embodiment può essere inteso come un linguaggio: un insieme di segnali, risposte e adattamenti che raccontano la storia di come un organismo ha imparato a stare in relazione con l’ambiente.
Allenare l’embodiment significa sviluppare una maggiore coerenza tra esperienza interna e azione esterna, permettendo al corpo di partecipare in modo esplicito ai processi di orientamento, scelta e regolazione.
Il corpo è parte della nostra esperienza
Francisco Varela, insieme a Evan Thompson ed Eleanor Rosch, ha contribuito a mettere in discussione l'idea della mente come qualcosa di separato dal corpo e dall'ambiente.
Nel loro lavoro la cognizione viene considerata a partire da un organismo che vive, percepisce, si muove e agisce nel mondo. È una prospettiva che cambia radicalmente il punto di partenza: non abbiamo prima un mondo che osserviamo e poi un corpo che reagisce a ciò che abbiamo visto, in quanto il nostro modo di percepire è già legato a ciò che possiamo fare.
Quando entri in una stanza che non conosci, il tuo sguardo cosa fa? Fin da subito si orienta e il tuo corpo cambia posizione perché cerchi un posto dove sederti o dove lasciare la borsa. In pochi secondi hai già iniziato a costruire una relazione con quello spazio.
Lo stai comprendendo mentre ci sei dentro.
È questo uno degli aspetti centrali dell'Embodiment: l'esperienza prende forma attraverso il nostro coinvolgimento corporeo nel mondo.
Quando si parla di Embodiment si rischia facilmente di ridurlo all'ascolto delle sensazioni.
Sentire il respiro, accorgersi della tensione nelle spalle o della postura, percepire i piedi sul pavimento o il calore nelle mani.
Tutto questo può certamente far parte di un'esperienza embodied, ma l'Embodiment non coincide con la consapevolezza corporea, o meglio, non solo.
Si può essere coinvolti corporalmente in qualcosa anche senza prestare attenzione a ciò che si sente.
Quando si impara un gesto.
Quando si riconosce una strada senza doverci pensare.
Quando ci si sposta per lasciare passare qualcuno senza interrompere la conversazione.
Quando si cambia il tono della voce parlando con una persona.
Quando si inizia a parlare più velocemente perché ci si sta agitando.
Quando, durante una riunione, ci si accorge solo dopo un'ora che si è rimasti nella stessa posizione.
Il corpo sta partecipando all'esperienza anche quando non lo stiamo osservando.
Il corpo può essere anche un luogo di apprendimento
Uno degli aspetti che mi affascinano di più dell'Embodiment riguarda il modo in cui impariamo.
Possiamo comprendere qualcosa a livello intellettuale senza averla ancora incorporata, e succede molto più spesso di quello che si possa immaginare.
Ad esempio possiamo vedere un tutorial su come si esegue un movimento e non saperlo ancora fare, oppure possiamo sapere come funziona la respirazione e ritrovarci a parlare in affanno durante una presentazione.
Bonnie Bainbridge Cohen, una delle figure pionieristiche degli approcci embodied e somatici, ha dedicato gran parte della sua ricerca proprio al rapporto fra esperienza corporea e conoscenza. In particolare, ha esplorato il modo in cui l'anatomia può essere conosciuta non soltanto attraverso lo studio, ma attraverso l'esperienza diretta del corpo.
Ad esempio, posso sapere dove si trova il diaframma oppure posso guardare un'immagine anatomica e riconoscerlo. Quello che è un altra forma di conoscenza è percepirlo in modo diverso attraverso il movimento della respirazione nel mio corpo.
L'Embodiment ci invita a considerare anche ciò che impariamo attraverso il movimento e l'azione diretta nella relazione con l'ambiente.
Quando ciò che sappiamo diventa qualcosa che possiamo fare
Questo credo sia il punto focale. Ci sono diverse cose che sappiamo molto bene e che, tuttavia, facciamo fatica a mettere in pratica. Ad esempio, sappiamo che abbiamo bisogno di una pausa, ma continuiamo a lavorare davanti allo schermo, oppure sappiamo che una determinata scelta ci interessa, ma ogni volta che proviamo a immaginarci mentre la facciamo troviamo un'altra ragione per rimandare.
In questi casi può essere utile smettere per un momento di chiederci soltanto:
“Che cosa penso?” (o cosa pensano gli altri, ma questo è materia per un altro articolo)
e includere nella domanda anche:
“Come sto partecipando a questa situazione?”
C’è chi dice che la mente mente e che il corpo dice sempre la verità. Io credo che sia più complesso, perché mente e corpo non sono due fonti separate di conoscenza. La mente è nel corpo e anche ciò che chiamiamo pensiero nasce dall’attività di un organismo che percepisce, interpreta, ricorda e anticipa.
Corpo e mente possono entrambi offrirci informazioni preziose e, allo stesso tempo, portarci verso una lettura fuorviante. Una sensazione può cogliere qualcosa di importante nel presente oppure essere influenzata da ciò che abbiamo vissuto, dallo stress, dal trauma o dallo stato del sistema nervoso. Un pensiero può aiutarci a comprendere una situazione oppure essere guidato da convinzioni e ricordi che appartengono alla nostra storia personale.
L’Embodiment ci invita a sviluppare una consapevolezza capace di ascoltare l’intero organismo e di comprendere ciò che emerge nel contesto in cui stiamo vivendo.
Consapevolezza incarnata e sistema nervoso
Un approccio embodied tiene conto del funzionamento del sistema nervoso e del modo in cui risponde allo stress, aiutandoci a sviluppare nel tempo una maggiore capacità di autoregolazione. Questo significa imparare a riconoscere ciò che accade dentro di noi e a rimanere in relazione con la nostra esperienza anche quando è confusa o difficile.
La sicurezza corporea offre una base importante per questo processo, perché ci permette di sentire senza doverci allontanare immediatamente da ciò che proviamo. Con il tempo possiamo sviluppare una maggiore capacità di stare nella complessità e nell’incertezza, lasciando spazio anche a ciò che ancora non comprendiamo o che non possiamo cambiare subito.
L’Embodiment amplia la nostra capacità di stare con ciò che c’è, restando sufficientemente presenti da poterlo ascoltare e scegliere come agire.
Il dialogo continuo tra corpo e mente
Nell’Embodiment, ciò che sentiamo nel corpo e ciò che pensiamo o intendiamo fare si influenzano continuamente. Le informazioni che arrivano dal corpo (bottom-up), per esempio attraverso sensazioni, respiro, tono e movimento, possono modificare il nostro stato emotivo, l’attenzione e i pensieri. Allo stesso tempo, pensieri e intenzioni (top-down) possono modificare il modo in cui sentiamo il corpo e il modo in cui agiamo.
È un feedback loop continuo, in cui corpo e mente si influenzano a vicenda momento dopo momento. Imparare a riconoscere questo dialogo amplia le nostre possibilità di risposta e, con esse quindi, la possibilità di scegliere come agire.
Perché coltivare un approccio embodied?
Possiamo conoscere molto di noi e continuare a non accorgerci di come il nostro corpo sta partecipando a ciò che accade. Possiamo riconoscere un pattern e ritrovarci comunque a ripeterlo, perché ciò che facciamo dipende anche dallo stato in cui siamo e dal contesto in cui ci troviamo. Una relazione può farci sentire in un certo modo, quello stato può modificare il modo in cui interpretiamo ciò che accade e l’ambiente può rendere alcune risposte più facili di altre. Nel tempo, ciò che ripetiamo può diventare così familiare da entrare nel nostro senso di identità. Anche il carattere, però, prende forma nel continuo incontro tra la persona e il mondo che abita.
L’Embodiment ci permette di osservare questo processo mentre accade. Non siamo semplicemente dentro un corpo che reagisce a un mondo già dato: partecipiamo continuamente a ciò che accade e veniamo a nostra volta modificati da ciò che incontriamo.
Cambiare il modo in cui stiamo in una situazione può cambiare la situazione stessa.


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