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Goodbye Cartesio… hello Cartesio? Da "il trauma è immagazzinato nel corpo" al ritorno del dualismo nelle neuroscienze del trauma

  • 3 days ago
  • 8 min read

"The body is our general medium for having a world."

Maurice Merleau-Ponty, “Phenomenology of Perception”


Negli ultimi anni, dopo decenni di approcci estremamente cognitivi e cerebral-centrici, il mondo del trauma ha iniziato finalmente a prendere sul serio il corpo:

postura, respiro, freeze, ipervigilanza, dissociazione, interocezione, sistema nervoso autonomo, movimento.


Il corpo è tornato al centro.


Parallelamente, parte delle neuroscienze contemporanee sembra però muoversi in direzione opposta, riconducendo l’esperienza traumatica entro modelli sempre più computazionali, come il predictive coding, l’active inference, il free energy principle e le teorie della metastabilità neurale.


Il paradosso è che proprio mentre stiamo cercando di uscire dal dualismo cartesiano… rischiamo di rientrarci dalla porta sul retro, solamente con un linguaggio più sofisticato.

e ancora profondamente centrato sull’idea che il cervello sia il vero protagonista e il corpo, in fondo, solo una periferia biologica.


La recente pubblicazione dell’articolo "The body does not keep the score: trauma, predictive coding, and the restoration of metastability" su Frontiers in Systems Neuroscience ha riacceso il dibattito.

Ed è un dibattito importante, ma forse ci riporta indietro, più che avanti.


Il trauma è davvero “immagazzinato nel corpo”?


La frase “il corpo accusa il colpo”, resa popolare da Bessel van der Kolk nel celebre libro The Body Keeps the Score, ha avuto un impatto enorme, e comprensibilmente.


Per moltissime persone traumatizzate quella frase descrive qualcosa di profondamente reale:


il corpo che si irrigidisce automaticamente

il respiro trattenuto

il freeze

l’ipervigilanza

la tensione cronica

la difficoltà a rilassarsi anche in assenza di minaccia

il senso di pericolo costante


Questa esperienza è reale.


Il problema nasce quando una metafora clinica viene trasformata in un’affermazione biologica letterale.


Oggi non esistono evidenze solide che il trauma venga “immagazzinato” nel corpo

oppure che le emozioni restino intrappolate nei tessuti.

Queste formulazioni sono diventate estremamente diffuse nel linguaggio del benessere e della crescita personale, ma non sono sostenute direttamente dalla letteratura neuroscientifica.


Voglio fare una precisazione: Bessel van der Kolk non sostiene letteralmente che il trauma sia “contenuto nei muscoli” o “immagazzinato nella fascia”.

Il suo lavoro clinico riguarda soprattutto:


memoria implicita

neurocezione

disregolazione autonomica

dissociazione

perdita del senso incarnato di sicurezza

relazione tra cervello, corpo e ambiente


Anche molti dei principali approcci somatici contemporanei non parlano realmente di “trauma intrappolato nei tessuti”.


Approcci come Somatic Experiencing (Peter Levine), Sensorimotor Psychotherapy (Pat Ogden) e la teoria polivagale (Stephen Porges) lavorano soprattutto su:


pattern autonomici

risposta difensiva

orientamento

movimento

regolazione neurofisiologica

organizzazione dell’esperienza incarnata


Il problema reale emerge quando queste teorie vengono semplificate e banalizzate nel linguaggio social-mediatico e wellness.


Ed è qui che, secondo me, gli autori dell’articolo fanno una critica importante e necessaria.


Il problema del neurocentrismo moderno


L’articolo pubblicato su Frontiers non muove la critica tanto al lavoro di Bessel van der Kolk quanto prova a correggere l’interpretazione letterale del “trauma nel corpo”.

E su alcuni punti le critiche sono assolutamente legittime.


Nel paper, gli autori propongono una lettura del trauma basata su:

✺ predictive coding

✺ active inference

✺ free energy principle

✺ metastabilità neurale


Secondo questa prospettiva, il trauma non sarebbe una memoria “depositata” nei tessuti ma sarebbe piuttosto un pattern predittivo rigido:

il cervello traumatizzato continua ad anticipare minaccia, continua a organizzare attenzione, percezione e comportamento attorno alla sopravvivenza, continua a inferire pericolo anche quando il contesto è cambiato.


Questa parte è estremamente interessante, perché sposta il focus dal concetto di “danno permanente” alla perdita di flessibilità adattiva, ed è un cambio importante anche clinicamente, perché apre a:


✺ plasticità

✺ aggiornamento predittivo

✺ recupero della variabilità

✺ nuove possibilità di organizzazione


Gli autori introducono anche un punto molto interessante sul flow state. Secondo la loro ipotesi, esperienze di flow potrebbero contribuire al recupero della metastabilità:


ampliando il repertorio percettivo-motorio

aumentando la flessibilità adattiva

interrompendo rigidità predittive croniche

facilitando nuove possibilità di organizzazione dell’esperienza


Questa ipotesi è, a mio avviso, una delle parti più fertili dell’articolo, ma sono di parte visto che nel mio approccio utilizzo sequenze corporee per indurre lo stato di flow e al contempo lavorare sul tessuto fasciale per supportare mobilità e forza.

Darò più spazio a questo aspetto del paper nel prossimo articolo del blog, perché merita un approfondimento a parte.


Quello che trovo di utile dell'articolo è che sposta il focus terapeutico verso la capacità dell’organismo di recuperare:


variabilità

gioco

esplorazione

agency

movimento spontaneo

flessibilità


Ed è un punto estremamente coerente con molte prospettive embodied contemporanee e con l'approccio che personalmente porto nell'embodiment.


Dove l’articolo perde forza (secondo me)


A mio avviso, l’articolo perde parte della sua forza perché nel tentativo di correggere il dualismo pop del “trauma nel corpo”, rischia di ricadere in un altro dualismo profondamente neurocentrico, seppur più sofisticato.


Per questo credo che l’articolo sarebbe stato ancora più potente se avesse adottato una prospettiva realmente integrativa, evitando la contrapposizione tra "il trauma è nel corpo" e "il trauma è nel cervello che predice".


Ritengo, come molte colleghe e colleghi, che il trauma emerga dinamicamente dall’interazione continua tra:


cervello

sistema nervoso autonomo

sistema endocrino

fascia

percezione

movimento

relazione

ambiente


Questa prospettiva non richiede né misticismo biologico né riduzionismo computazionale, bensì richiede semplicemente di prendere sul serio l’essere umano come organismo incarnato.


BOX DI APPROFONDIMENTO

Punti forti e punti critici dell’articolo

Cosa trovo estremamente utile


  Critica rigorosa delle semplificazioni pseudoscientifiche sul trauma

  Superamento dell’idea del trauma come “marchio permanente”

  Introduzione dei concetti di flessibilità adattiva e metastabilità

  Focus sulla plasticità e sulla capacità di aggiornamento

  Collegamento interessante tra flow state e recupero della variabilità neurofisiologica

 Tentativo di integrare neuroscienze dinamiche e trauma


Dove vedo i principali limiti


  Rischio di neurocentrismo

  Riduzione computazionale dell’esperienza traumatica

  Uso ancora altamente speculativo del concetto di metastabilità

  Critica parziale del lavoro di van der Kolk

  Scarsa integrazione di endocrinologia, interocezione e organizzazione fasciale

  Tendenza a sostituire un dualismo con un altro


Verso una lettura integrata


Anche se questo modello nasce all’interno di una cornice teorica che descrive l’organismo come incarnato e in relazione con l’ambiente, nella sua applicazione al trauma il linguaggio e l’approccio restano molto centrati su livelli neurocomputazionali del cervello, mentre altri sistemi corporei vengono meno integrati.


Dal mio punto di vista, se avesse integrato in modo più esplicito anche i livelli endocrino e corporeo, avrebbe avuto un potenziale molto forte come modello davvero integrativo del trauma.


Oggi sappiamo che il trauma modifica il corpo, anche biologicamente.


Le esperienze traumatiche non sembrano essere archiviate nel corpo come memorie autonome, ma possono modificare profondamente l’organizzazione neurofisiologica e corporea dell’organismo.


Le evidenze mostrano che stress cronico e trauma possono alterare:


✺ sistema nervoso autonomo

✺ asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA)

✺ regolazione endocrina

✺ infiammazione sistemica

✺ respirazione

✺ postura

✺ tono muscolare

✺ interocezione

✺ movimento

✺ percezione del dolore

✺ organizzazione fasciale


In altre parole, il trauma non è “dentro” il corpo come un oggetto immagazzinato, ma il corpo viene progressivamente modellato dall’esperienza traumatica.


Uno degli aspetti spesso sottovalutati in molte discussioni online (e non solo) sul trauma è il ruolo del sistema endocrino. Lo stress traumatico cronico altera profondamente l’asse HPA:


✺ cortisolo

✺ adrenalina

✺ noradrenalina

✺ processi infiammatori

✺ regolazione immunitaria


Ricercatori come Bruce McEwen hanno mostrato che un organismo esposto in modo prolungato allo stress non vive semplicemente uno stato psicologico ma viene biologicamente rimodellato dall’adattamento cronico alla minaccia.


E questo rimodellamento coinvolge anche il tessuto connettivo. La review Impact of stress, immunity, and signals from endocrine and nervous system on fascia mostra che segnali endocrini, autonomici e immunitari influenzano:


✺ fibroblasti

✺ miofibroblasti

✺ matrice extracellulare

✺ viscosità fasciale

✺ organizzazione del collagene

✺ stiffness tissutale


Quindi no, la fascia non sembra “contenere il trauma”, ma sì, lo stress cronico e iperattivazione autonoma possono modificare il modo in cui il tessuto si organizza e si comporta.


Negli ultimi anni la ricerca fasciale ha iniziato a mostrare che non si tratta di un semplice materiale di riempimento, bensì è:


✺ riccamente innervata

✺ meccanicamente sensibile

✺ coinvolta nella propriocezione

✺ coinvolta nell’interocezione

✺ dinamicamente influenzata da stress e movimento


Ricercatrici come Carla Stecco e Helene Langevin hanno contribuito a mostrare come alterazioni della matrice extracellulare e della viscosità fasciale possano contribuire a:


✺ dolore cronico

✺ rigidità motoria

✺ riduzione della variabilità di movimento

✺ alterazione della percezione corporea


Questo non dimostra una “memoria emotiva fasciale” ma piuttosto suggerisce che

l’esperienza traumatica può alterare l’organizzazione corporea in modo persistente,

che a sua volta può a sua volta influenzare:


✺ percezione

✺ movimento

✺ senso di sicurezza

✺ comportamento

✺ predizione del cervello


Il loop embodied del trauma


Forse la domanda “dove viene immagazzinato il trauma?” è già fuorviante perché implica un modello meccanicistico, come se esistesse un luogo preciso dove il trauma viene depositato.


Una domanda probabilmente più utile è "come si auto-rinforza un pattern traumatico?".

Qui una prospettiva embodied diventa estremamente interessante attraverso questo possibile modello:


Esperienza traumatica →

iperattivazione autonoma →

alterazioni endocrine →

posture difensive →

respirazione alterata →

riduzione della variabilità motoria →

modificazioni miofasciali →

alterazione interocettiva →

predizione continua di minaccia →

rafforzamento del pattern.


In questo modello cervello e corpo non sono separati ma l’esperienza traumatica emerge dall’intero organismo in relazione con l’ambiente. Il trauma in questa prospettiva è una modalità organizzativa incarnata.


Corpo come esperienza del mondo


Molto prima del predictive coding e delle neuroscienze embodied, Maurice Merleau-Ponty scriveva:


The body is our general medium for having a world.


Trovo questa frase straordinaria perché rompe sia il dualismo cartesiano classico che il neurocentrismo contemporaneo.


Il corpo non è semplicemente un oggetto biologico governato dal cervello, è il modo attraverso cui entriamo in relazione con il mondo.

E questo cambia profondamente il modo in cui possiamo comprendere il trauma.


Postura, respiro, orientamento, movimento, tono vagale e organizzazione corporea non sono semplicemente “effetti collaterali”, sono parte integrante dell’esperienza vissuta.


Dall’altra parte, ridurre il trauma a errore predittivo, inferenza maladattiva, precision weighting e rigidità computazionale rischia di perdere qualcosa di fondamentale: l'esperienza vissuta.


Il trauma non è solo un problema computazionale. È relazionale, corporeo, percettivo, sociale, autonomico, motorio, esistenziale.


Una prospettiva più integrativa potrebbe essere questa: le esperienze traumatiche alterano dinamicamente l’intero organismo: non esiste un singolo “contenitore” del trauma, esistono pattern incarnati che si auto-rinforzano nel tempo.


E la guarigione consiste piuttosto nel recuperare:


✺ flessibilità

✺ sicurezza

✺ variabilità

✺ orientamento

✺ nuove esperienze corporee

✺ nuove possibilità relazionali

✺ nuove predizioni


Non si può cancellare il passato, ma è possibile restituire all’organismo la possibilità di non doverlo ripetere continuamente.


Hello Cartesio (di nuovo)?


Ogni volta che separiamo rigidamente cervello e corpo, cognizione e percezione, neuroscienze ed esperienza vissuta, tessuto e significato, stiamo ancora parlando la lingua di Cartesio.


Trovo che la sfida più interessante oggi sia costruire una comprensione dell’essere umano che riesca finalmente a integrare i vari livelli dell'embodiment, senza ridurre l’esperienza umana a un algoritmo predittivo.

Tu che ne pensi?


Sara


P.S. Se questo articolo ti è piaciuto, mi farebbe davvero piacere ricevere un tuo commento o una tua riflessione: scrivimi, condividi la tua esperienza o le domande che ti sono venute leggendo.


Se vuoi approfondire, puoi anche dare un’occhiata ad altri articoli che esplorano il corpo, la crescita e l’embodiment femminile, per continuare il percorso di scoperta e consapevolezza:



Riferimenti utili

Clark A. Surfing Uncertainty: Prediction, Action, and the Embodied Mind. Oxford: Oxford University Press; 2016.

Bordoni B, Marelli F, Morabito B, Sacconi B. Impact of stress, immunity, and signals from endocrine and nervous system on fascia. Front Endocrinol (Lausanne). 2021;11:580201. doi:10.3389/fendo.2020.580201

Kotler S, Mannino M, Fox G, Friston K. The body does not keep the score: trauma, predictive coding, and the restoration of metastability. Front Syst Neurosci. 2026;20:1812957. doi:10.3389/fnsys.2026.1812957

Langevin HM. Connective tissue: a body-wide signaling network? Med Hypotheses. 2006;66(6):1074–1077. doi:10.1016/j.mehy.2005.11.032

McEwen BS. Protective and damaging effects of stress mediators. N Engl J Med. 1998;338(3):171–179. doi:10.1056/NEJM199801153380307

Merleau-Ponty M. Phenomenology of Perception. London: Routledge; 1962.

Porges SW. The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-Regulation. New York: Norton; 2011.

Seth A. Being You: A New Science of Consciousness. London: Faber & Faber; 2021.

Stecco C, Stern R, Porzionato A, Macchi V, Masiero S, De Caro R. Hyaluronan within fascia in the etiology of myofascial pain. Surg Radiol Anat. 2011;33(10):891–896. doi:10.1007/s00276-011-0876-9

van der Kolk BA. The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. New York: Viking; 2014.

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